Gli psicologi penitenziari si autodenunciano: "siamo inadempienti"
Il non poter osservare i cambiamenti della personalità dei reclusi impedisce alla Magistratura di sorveglianza di valutare la pericolosità sociale dell'individuo e limita, di conseguenza, la concessione delle misure alternative alimentando il sovraffollamento. In una lunga lettera al ministro della Giustizia, Severino, gli psicologi chiedono di essere ascoltati per trovare insieme le più opportune soluzioni, finalizzate a ridare alla psicologia penitenziaria sostanza ed a realizzare finalmente un Servizio funzionale ai diritti di salute e riabilitazione degli utenti, il cui rispetto è legata la sicurezza nel qui ed ora all'interno degli istituti e, in prospettiva, dopo la detenzione, quando le persone verranno restituite alla società. "Ci troviamo in una situazione divenuta ormai intollerabile - scrivono - da una parte la pressione (con il rischio concreto di ritorsioni) degli utenti i quali, giustamente, chiedono l'osservazione che gli necessita per avere i benefici previsti dalla legge e che non possiamo garantire, dall'altra le richieste, altrettanto legittime, della Magistratura di Sorveglianza che rimarca la nostra inadempienza. Dal momento che non è più possibile assicurare un numero di prestazioni tali da garantire un livello minimo di assistenza, molti di noi si chiedono - conclude la lettera firmata da Paola Giannelli, Segretario nazionale della Società Italiana Psicologia Penitenziaria - se abbia un senso la nostra presenza, se non da un punto di vista solo formale".