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07/12/2017

Gli Stati Uniti continueranno a produrre le bombe a grappolo,come vuole Israele

Gli Stati Uniti sono la nazione più armata al Mondo; una sorta di fortezza fatta di cataste di munizioni, missili, aerei e bombe: grazie a questo immenso arsenale e a fiumi di dollari, riescono a “guidare” (leggasi comandare) il cosiddetto “Mondo libero”. Non ci sarebbe da stupirsi quindi della decisione, resa nota dal Pentagono coram populo e pubblicata dalla Reuters in una nota, di proseguire la produzione delle micidiali bombe a grappolo (cluster bombs). Sebbene fosse stato previsto per il 1 gennaio 2019 il termine per la loro realizzazione già da parte dell’amministrazione di George W. Bush, il Dipartimento della difesa USA fa sapere che: “Non possiamo rischiare il fallimento delle missioni, oppure accettare il potenziale aumento delle vittime civili e militari che potrebbe essere causato dall’abbandono delle migliori capacità disponibili”. Una dichiarazione ricca come non mai di contraddizioni giacché, a livello mondiale, è proprio la pericolosità intrinseca dell’uso delle bombe a grappolo ad aver convinto i vertici politici e militari di più nazioni a non produrle più. Questi ordigni difatti, lanciati con l’artiglieria o dagli aerei per colpire unità di fanteria e mezzi militari nemici, sono in grado di disperdere decine di centinaia di ulteriori piccole bombe su aree vastissime; spesso queste munizioni non esplodono contemporaneamente e giacciono sul terreno, inesplose e silenti, causando effetti violentissimi a tutto discapito delle popolazioni civili persino a distanza di parecchio tempo dal conflitto. I danni mostruosi causati dalle cluster bombs si sono potuti verificare facilmente in tutto il loro truce bilancio di morte in diversi conflitti, dove gli USA le hanno usate ad ampio raggio: si va dalla guerra del Vietnam per arrivare sino all’Iraq, all’Afghanistan, comprendendo anche Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo e Montenegro. Basti pensare che la loro portata è stata considerata talmente letale da introdurle nel 2008 nella “Convenzione sulle armi a grappolo”, firmata da più di 100 Paesi nel Mondo, compresa l’Italia. La domanda sorge spontanea: perché tutta questa necessità, per la Superpotenza mondiale, di possedere una simile arma? Non basterebbe il resto del suo arsenale a garantire senza problemi agli Stati Uniti tutta la potenza devastatrice necessaria in tutti i diversi conflitti nei quali ficca continuamente il suo becco d’aquila insanguinato? La risposa viene fornita dai dati delle nazioni qualificabili come i “migliori amici” (leggasi clienti) dell’Impero: gli Emirati Arabi Uniti assieme l’Arabia Saudita e Israele. L’Arabia Saudita è attualmente impegnata, dopo aver svolto assieme ad altre nazioni del Golfo un ruolo oscuro e da quinta colonna nell’espansione dello Stato Islamico ora falcidiato dal salvifico intervento della Russia di Putin, in una guerra di immani proporzioni contro lo Yemen della quale ovviamente i giornali “liberi e avanzati” dell’Occidente quasi tacciono senza rilevarne gli aspetti inumani di uno dei partner commerciali più importanti degli USA. Se invece si analizzano i dati riguardanti lo Stato d’Israele, si scoprono indizi e notizie sensazionali: lo stato sionista, alleato di ferro dell’America e parte fondamentale nei suoi vari rapporti finanziari ed economici, è un vero e proprio divoratore di queste bombe a grappolo. Sono atroci e pericolose per la popolazione civile secondo un’enorme fetta della comunità internazionale, ma ad Israele sembra importare ben poco: già nel 2016, dovendo scegliere un nuovo cannone per il suo esercito, rigettò quello proposto dalla Germania per preferirne uno di produzione autoctona. Tutto ciò unicamente per essere in possesso di armamenti adatti ad aggirare il ban internazionale sull’uso di queste bombe. La stessa stampa israeliana ha definito lo scorso anno la nazione sionista, impegnata da sempre in una guerra totale a ogni nazione che è presuntamente capace di minarne la pace, come la “cluster bombs nation” (trad: la nazione delle bombe a grappolo) in grado di spararne più di un milione sul Libano. Sebbene si sapesse quanto potessero essere insidiose nonché inaccurate, nulla ha frenato Israele da usarne un quantitativo ciclopico lasciando sul terreno libanese sia una lunga scia di devastazione e morte, ma anche abbandonando la popolazione civile alla sorte di morire per una delle infinite bombe inesplose. Si parla di 500.000 munizione inesplose: a quanto pare solo un numero per i vertici politici e militari israeliani, ma sicuramente un’insidia mortale per tutto il popolo libanese. Sulla bilancia commerciale questa caterva di bombe inesplose, e anche di morti o feriti, pesa meno dei 3,3 miliardi di dollari spesi in armamenti acquistati negli USA da Israele. Sarebbe indispensabile ricordarsi, la prossima volta che qualche politico nostrano ci parlasse della “importante amicizia con gli USA” o di quanto Israele rappresenti “la libertà, la democrazia” o persino “i diritti umani” in Medio Oriente di questa terribile storia: quando si tratta di affari, per gli americani, si produce di tutto. Se si tratta di armi pericolose, non accurate e estremamente letali e le richiede un partner cruciale come Israele, tutto è permesso: anche di causare, come durante la Seconda guerra del Libano nel 2002, la morte o il ferimento grave di bambini libanesi che giocavano in un campo di calcio. (di Pietro Vinci) Oltrelalinea