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31/05/2018

Povertà educativa, povertà, dispersione scolastica, competenze

Il tema povertà educativa è molto vasto e chiama in causa criteri, contesti e livelli di analisi anche molto differenti: vorremmo fornire spunti di riflessione e di discussione sui diversi livelli analizzandoli uno alla volta, con diversi contributi. In questo primo contributo, proviamo ad esplorare alcuni rapporti e documenti che negli ultimi due anni hanno tematizzato una riflessione intorno alla povertà educativa. Di povertà educativa si sta infatti, discutendo molto negli ultimi due anni, grazie al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile destinato “al sostegno di interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori”. A febbraio 2018 è stato anche pubblicato il Rapporto “Povertà educativa. Servizi per l’infanzia e i minori” che offre un quadro, a livello nazionale, della distribuzione e della copertura di servizi per bambini e giovani su territorio nazionale. Prima di questo rapporto, sono stati diversi i contributi che hanno provato a indagare i significati e le declinazioni della povertà educativa. In un interessante articolo del giugno 2017, per esempio, Carlo Barone propone una sistematizzazione delle diverse definizioni di povertà educativa e dei diversi riferimenti disciplinari che contribuiscono alle stesse definizioni. Da un lato, Barone individua le origini della povertà educativa nelle discipline economiche: così come per la dimensione economica della povertà, il riferimento teorico per la definizione di povertà educativa è all’ideale dell’uguaglianza di condizioni, ossia l’idea che ogni essere umano abbia diritto a godere dei livelli essenziali di un insieme di beni primari necessari al suo sviluppo personale e alla sua inclusione sociale. Oltre alle diseguaglianze economiche, anche le disuguaglianze nelle competenze e nelle conoscenze acquisite durante i processi educativi vanno contenute. “L’idea di povertà educativa è quindi strettamente legata all’approccio delle capabilities sviluppato da Sen e Nussbaum: l’uguaglianza sociale richiede di promuovere la libertà individuale, intesa in senso positivo come opportunità di realizzare i propri progetti di vita. Questa opportunità richiede non solo risorse economiche, ma anche le risorse culturali e riflessive necessarie alla realizzazione personale e alla piena cittadinanza”. Centrale diventa quindi il concetto di competenza e la sua misurazione. In questo approccio, merita un ulteriore approfondimento la descrizione e declinazione di quali debbano essere considerate le competenze strategiche per stare al mondo oggi e quali debbano essere considerati gli indicatori di misurazione delle competenze. Save the children declina il concetto di povertà educativa come “privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni”. Una definizione che costituisce un ampliamento della riflessione anche oltre il tentativo di descrivere un panel “essenziale” di conoscenze e competenze e prova a sviluppare una riflessione sul binomio tra povertà ed educazione che interroga molteplici ambiti di esperienza e di vita del bambino. Ambiti di vita e di esperienza nei quali il ruolo degli adulti e delle istituzioni è certamente centrale nell’allestimento della qualità dell’offerta educativa, ma dove è assolutamente prioritario riconoscere uno spazio di libertà e di “smarco” del bambino la cui condizione, tanto di povertà educativa, quanto di potenzialità educativa, non può e non deve essere definita esclusivamente attraverso gli indicatori di povertà degli adulti e delle istituzioni con i quali è in relazione. Un altro contributo interessante da esaminare è il “Terzo rapporto supplementare alle Nazioni Unite di monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e adolescenza in Italia “ del novembre 2017. Anche se la povertà educativa non interessa solo il sistema scolastico, il diritto allo studio è uno dei temi su cui può essere importante riflettere anche alla luce di quanto emerge dal rapporto sul sistema scolastico italiano e sugli investimenti del nostro paese in questo ambito. Il rapporto denuncia uno scarso investimento strutturale nel settore educazione con dei forti tagli, giustificati da una scelta politica di “spending review” determinata dalla crisi economica e proseguita fino al 2014 con un calo del 9% della quota destinata all’istruzione rispetto al totale della spesa pubblica. Queste scelte hanno determinato alcuni effetti importanti quali: -oneri a carico delle famiglie , definiti “contributi volontari”; -la diminuzione del tempo scuola; -la marginalizzazione dei percorsi professionalizzanti. Il mancato investimento del governo italiano sulla scuola emerge, secondo il comitato del Gruppo CRC (Convention on the Rights of the Child), dalla lettura del rapporto Ocse Education at a Glance del settembre 2017 che evidenzia per l’Italia questi dati: 26% percentuale di laureati nella fascia 25-64 anni (la media europea è del 39%); 26% percentuale di NEET, la media dei paesi OCSE è del 14% (con questo dato l’Italia si colloca al penultimo posto prima della Turchia!) Un altro dato tristemente interessante riguarda la dispersione scolastica: la media nazionale italiana, da fonti MIUR, è del 13,8% ed è quasi superfluo rilevare che le Regioni del Sud Italia hanno i maggiori tassi di dispersione. Sempre il rapporto della CRC segnala che il 14,7% dei 18-24enni italiani ha raggiunto soltanto la licenza media e che tra i 14-15enni si registrano i tassi più alti di non ammissione alle classi successive e di interruzione del percorso di studi. Di questa interruzione molta responsabilità va alla mancata strutturazione di un’educazione professionalizzante di qualità. Elevata anche l’assenza di tempo pieno: il 68,87% delle scuole primarie non ha il tempo pieno. Certo, la scuola non è solo struttura e va sostenuta con la formazione agli insegnanti, con programmi e metodi di studio adeguati e idonei e su questo tema c’è un ulteriore dato su cui riflettere: i dati OCSE PISA ci dicono che un quindicenne italiano scolarizzato su cinque non capisce quel che legge e uno su quattro ha grandi difficoltà a risolvere un problema elementare di matematica. Quindi, in termini di competenze le acquisizioni sono scarse. La prima raccomandazione del gruppo CRC all’Italia su questi temi è quella di “effettuare un’analisi completa sull’allocazione delle risorse per le politiche a favore dei minorenni a livello nazionale e regionale. Sulla base di questi risultati, l’Italia dovrà assicurare stanziamenti di bilancio equi per le persone di età minore in tutte le regioni, con particolare attenzione alla prima infanzia, ai servizi sociali all’istruzione e ai programmi di integrazione per i figli dei migranti e delle altre comunità straniere”. Raccomanda inoltre “che l’Italia affronti con efficacia il problema della corruzione e garantisca che, pur nell’attuale situazione finanziaria, tutti i servizi per le persone di età minore siano protetti dai tagli”. L’invito è quindi quello di muoversi oltre le politiche dei bonus e di pensare ad un serio investimento sul nostro futuro ripartendo da una logica di diritto. Alla luce dei diversi rapporti fin qui esplorati, ci sembra importante provare a individuare alcuni criteri per descrivere e circoscrivere la povertà educativa, in relazione anche ad altre forme di povertà, disagio e scarsità di risorse che certamente intervengono nel rafforzare e implementare situazioni di povertà educative, ma non la “esauriscono”: povertà minorile e povertà degli adulti sono fenomeni ben differenti che richiedono approcci, sguardi e interpretazioni specifici anche perché generano “effetti” e ricadute sui percorsi di vita e di crescita dei bambini e degli adulti, di portata assolutamente differente: “le conseguenze della povertà minorile sono diverse rispetto alla povertà che raggiunge una persona adulta. Il tempo di un bambino non è il tempo di un adulto, il tempo evolutivo della crescita di un bambino non è comparabile con quello di una persona adulta. Se si perde quel tempo è molto difficile recuperarlo”; la povertà educativa non deve e non può ridursi alla povertà scolastica e ai problemi della scuola, ma è qualcosa di ben più ampio e radicale che riguarda la possibilità, per bambini e adolescenti, di far fiorire le loro aspirazioni e i loro talenti, anche oltre la scuola e, permetteteci, malgrado la scuola. Il vero rischio che oggi corriamo è di attribuire un potere pressoché “assoluto” alla scuola e alla sua possibilità di definire i progetti di vita di bambini e ragazzi, non riconoscendo loro strade e tempi di sviluppo anche differenti da quelli sanciti o prefigurati dalla scuola. Interessante, in questa direzione di ricerca, il riferimento di Raffaela Milano alla “densità culturale” di un bambino intesa come possibilità, per bambini e adolescenti, di accedere a esperienze educative e formative extrascolastiche “Abbiamo quasi la metà dei bambini e dei ragazzi dai 6 ai 17 anni che non ha letto nemmeno un libro nell’anno se non quelli scolastici. (…) Siamo il paese più ricco di siti Unesco nel mondo e abbiamo il 69,4% dei ragazzi che non ha visitato un sito archeologico nell’ultimo anno, il 55,2% non ha visitato un museo e il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva e, addirittura, nell’età0, 300mila minori sono disconnessi, non hanno navigato su internet nell’ultimo anno. Noi abbiamo infatti chiamato questo popolo di minori il popolo dei disconnessi rispetto alla realtà che li circonda. Questo non riguarda solamente la scuola ma tutti i loro contesti di vita”. la povertà educativa non coincide con la povertà economica. Sulla relazione tra povertà educativa e povertà economica il dibattito è decisamente vivo e attuale e richiama la necessità di esplorare con attenzione le connessioni tra scelte programmatorie e ricadute pedagogiche ed educative su bambini, famiglie e cittadini. Se è vero che la povertà educativa è un fenomeno decisamente più ampio della povertà economica e materiale e coinvolge bambini che non sono in condizione di povertà materiale (se un bambino legge poco o non può godere di occasioni di socializzazione con i propri coetanei non è perché è povero, ma più probabilmente perché i suoi genitori non ritengono significative ed educative esperienze di questo tipo…), è anche vero che la povertà economica e materiale è un fattore di maggior esposizione alla povertà educativa. “I dati Ocse-Piaac evidenziano che, dal punto di vista delle condizioni del reddito della famiglia, l’incidenza del numero di minori che non riesce a raggiungere un risultato soddisfacente in matematica e in italiano è altissima per le famiglie che sono nella condizione socio-economica più bassa, per decrescere mano a mano che consideriamo le famiglie in fascia economica più alta. Se da un lato è vero che la povertà materiale non è l’unica origine della povertà educativa, sicuramente c’è una correlazione molto forte. Un’altra correlazione forte è quella con le famiglie Se gli stessi dati sono analizzati per bambini che hanno genitori di origine italiana, bambini che hanno genitori di origine straniera ma sono nati in Italia e bambini che sono arrivati in Italia da questa generazione, anche in questo caso verifichiamo un ampio scarto. Quelli che maggiormente sono colpiti da povertà educativa sono i bambini che vivono in condizioni socio-economiche più difficili e sono i bambini che hanno i genitori stranieri di recente arrivo in Italia. Essere di seconda generazione significa avere delle chance in più”. Il dibattito in corso è vivace e ha avuto un importante impulso negli ultimi due anni, alla luce anche degli ingenti finanziamenti stanziati. Un dibattito che ha il grande merito di riportare uno sguardo di interesse sull’educazione, troppo spesso, negli ultimi anni, relegata a specialismi e professionismi molto settoriali e dentro ai perimetri della scuola o di servizi dedicati. Un dibattito però, che chiede di essere riattraversato, cosa che faremo in prossimi contributi, per comprenderne anche opportunità, parzialità, e farne emergere le ricadute anche nel merito delle scelte programmatorie e progettuali che attori e soggetti diversi sono chiamati oggi a compiere. Weforum Ariela Casartelli, Elisabetta Dodi