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14/06/2010

Sanità

"In Italia, nonostante la normativa vigente garantista agli stranieri l'assistenza sanitaria, la mancanza di informazioni chiare e il timore di un contatto con le strutture pubbliche rischiano di tradursi per gli immigrati in difficoltà a sottoporsi a misure preventive e ad accertamenti clinici finalizzati a diagnosi tempestive, adeguate e monitorate". È quanto ha messo in evidenza l'Istituto superiore di sanità ha presentato in un convegno a Roma la scorsa settimana i risultati del progetto "Migrazioni e Salute" promosso e finanziato dal ministero della Salute coordinato dall'Istituto superiore di sanità. Il progetto, avviato nel 2008, terminerà a luglio di quest'anno e ha visto impegnate l'azienda ospedaliera Sant'Andrea di Roma, l'università Sapienza, Labos e l'area sanitaria della Caritas romana, coinvolgendo anche gli assessorati alla salute e alle politiche sociali di regioni e province.
Dai lavori del progetto emerge come per i maschi immigrati, le cause più frequenti di ospedalizzazione in regime ordinario sono le fratture e i traumatismi, l'appendicite acuta e le bronchiti soprattutto tra gli immigrati provenenti dai Paesi a forte pressione migratoria. Tra chi invece proviene da paesi a -sviluppo avanzato - prevalgono le patologie cardiache. Per quanto riguarda i ricoveri in Day-hospital prevalgono gli accessi per chemioterapia e per gli stranieri provenienti dai paesi con forti flussi migratori le malattie infettive. Nelle donne, invece, la causa più frequente di ricovero ordinario è rappresentata dal parto e da altri motivi riconducibili alla salute riproduttiva, soprattutto per quanto riguarda gli immigrati provenenti dai Paesi a forte pressione migratoria. Per le altre donne immigrate sono maggiormente rilevate le patologie croniche, come l'insufficienza cardiaca e l'artrosi. In Day-hospital, però si conferma il dato relativo alle interruzioni di gravidanza che, in riferimento alle donne immigrate da paesi più poveri, rappresentano il 41% di tutti gli accessi, contro il 4% registrato per le donne provenienti da paesi a sviluppo avanzato.
Sempre per quanto riguarda il parto, dall'analisi dei dati CeDap (Centro di assistenza al parto), spiega ancora lo studio, emerge che "le donne provenienti dai paesi a forte pressione migratoria che partoriscono in Italia sono più a rischio di avere un accesso ritardato alle cure rispetto alle donne dei Paesi sviluppati. Il rischio diminuisce con l'età, indipendentemente dalla provenienza. Casalinghe e disoccupate sono più a rischio rispetto alle donne occupate. Anche la bassa scolarità è connessa a un maggior rischio".
Per quanto riguarda invece le malattie sessualmente trasmissibili, lo studio ha messo in evidenza come dal 1990 al 2008 ci sono state circa 18 mila segnalazioni di caso a carico di persone non italiane. "La popolazione annua - spiega lo studio - tra gli stranieri per lo più europei e africani, è passata dal 10% nel periodo fino al 1994 al 35% del 2008, dato interpretabile alla luce del forte incremento demografico registrato nel medesimo periodo a carico della popolazione immigrata presente in Italia". Dallo studio emerge come l'immigrato con malattie sessualmente trasmissibili sono prevalentemente eterosessuali, con bassa scolarità, poco propensi all'uso di droghe (sono l'1,2%) e che in un caso su cinque hanno avuto una malattia del genere gà' in passato. "In particolare, più che negli italiani viene diagnosticata la gonorrea (9,3% rispetto al 4,1%), la sifilide latente (15,6% contro il 6.9%), infezione da clamidia (8,1% contro il 5,7%). L'infezione ha Hiv, invece risulta minore rispetto agli italiani, (5,3% contro l'8,8%). A giocare un ruolo rilevante nella salute dei migranti la relazione tra stress e aspetto immunitario. "Da una prima analisi - spiega lo studio - emerge come una quota consistente di persone con immunodeficienza non correlabile ad infezione da Hiv sfugge alla diagnosi o vi giunge con consistente ritardo, sviluppando patologie che potrebbero essere prevenute con una diagnosi precoce".

(Agenzia Dire)

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